Visualizzazione post con etichetta alexandre marius jacob. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta alexandre marius jacob. Mostra tutti i post

07/02/12

Lettera di Alexandre Marius Jacob al procuratore






Luglio 1954
Signor Procuratore,
il 18 gennaio 1954 avevo spedito al vostro subordinato, il cancelliere capo del tribunale civile, una richiesta di estratto del mio casellario giudiziario allegando un vaglia di centottanta franchi, oltre ad un francobollo di quindici franchi per l'affrancatura della busta. E il 22 di questo mese, ho ricevuto quanto richiesto. Ora, quel documento indica da sé, in carattere a stampa, il costo di centoquaranta franchi... Orbene, penso che, per essere giusti, il vostro subordinato avrebbe dovuto restituirmi quanto in più che, con il presente reclamo, ammonta alla cifra di settanta franchi.
Fin da giovanissimo, mi è stato inoculato il virus della giustizia e ciò mi ha causato parecchie noie. Ancora oggi, al declino della mia vita, la benché minima ingiustizia mi infastidisce e risveglia in me il Don Chischiotte delle mie giovani primavere. Mentre in voi, signor Procuratore, che siete, se posso dirlo, del mestiere, le reazioni devono essere ben diverse. Voi dovete ritenere ridicolo un reclamo per una somma così modesta; dovete pensare e credere che io sono un rompiscatole unicamente preoccupato di attaccar briga con i servitori dello Stato. Errore. Io cerco di capire. Frugo e desumo i motivi che hanno potuto determinare il fatto che un mercenario del Principe, d'altronde ben provvisto di onorari superiori a quelli concessi ai lampisti, sgraffigni i miei cinquantacine franchi...
Nella vostra corporazione, signor Procuratore, ci sono gli aguzzini, i duri, quelli che interpretano più la lettera piuttosto che lo spirito, quelli nei quali il riso non ha mei tracciato una ruga sul viso. I giudici della Santa Inquisizione, neri o rossi, erano e sono ancora di questa tempra. Ci sono quelli, più colti, dal carattere meno rigido, più disposti ad apprezzare umanamente, a comprendere, quindi ad eseguire piuttosto che ad infierire...
Mi piacerebbe potervi classificare in quest'ultimo tipo e quindi vi prego, signor Procuratore, di voler fare buona accoglienza della mia richiesta facendomi restituire la somma che mi è dovuta e vi prego di gradire i miei ossequi.
Marius-Alexandre Jacob,
svaligiatore in pensione.

20/01/12

I Compromessi - Alexandre Marius Jacob + Considerazioni


Questo brano è tratto da una lettera che Alexandre Marius Jacob scrisse alla madre tra il 1909 e il 1910, dal bagno penale in cui era recluso, in risposta alla proposta della madre di chiedere favori, o di supplicare giudici e magistrati per farlo rilasciare.

Mia cara mamma, credo di averti già detto che non volevo sentire parlare di favori. È molto deplorevole che tu non te ne sia ricordata. Ci sono elasticità, ginnastiche per le quali non ho né voglia né inclinazione (...). Per prinipio, vedi, non serve a niente contare sulla protezione di questo o sull' influenza di quello. È meglio non contare che su sé stessi. Inoltre, è ugualmente preferibile non dare preoccupazioni a delle persone fortunate con delle richieste. Anche in caso di insuccesso, ciò impegna alla riconoscenza e questo sentimento è molto spesso una catena penosa da tollerare. Da parte mia, amo troppo la libertà per legarmi in questo genere di compromessi.

Tralasciando le condizioni in cui è stata scritta questa lettera e tutto il contorno che ne consegue, trovo questo pezzo veramente bello e interessante.
Leggendolo in senso più lato, infatti, si può estendere questo discorso non soltanto a quell'episodio in particolare, ma a tutti gli ambiti della vita.
Contare solamente su sé stessi e sulle proprie forze, vuol dire rifiutare qualsiasi tipo di delega, qualsiasi rappresentazione. Vuol dire mettersi in gioco in prima persona, per effettuare qualsiasi tipo di cambiamento che ci interessa. Vuol dire che se abbiamo bisogno di qualcosa, dobbiamo solamente prendercela. Vuol dire che se qualcosa non ci sta bene, non abbiamo che da cambiarla o eliminarla. Con ciò che abbiamo a disposizione, unendoci con chi ci è affine a livello di mezzi e di scopi.
Nessun compromesso vuol dire rifiutare il male minore, in favore di un bene maggiore, perché il male minore oggi, vuol dire non avere ciò che ci sta bene in futuro.
Nessun compromesso vuol dire rifiutare che qualcuno prenda decisioni per noi, al posto nostro, vuol dire prendere in mano la propria vita.

27/08/11

Alexandre Marius Jacob - dichiarazione al processo


Mi è ricapitato sotto mano questo testo, questa dichiarazione, che reputo attualissima e interessantissima, di un uomo che fu decisamente un figo. Ve la ripropongo, leggete e godete.


Signori,
adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato dei suoi furti. Di più. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia libertà contro l'aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Ma prima di separarci, lasciatemi dire l'ultima parola...
Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho dovuto comportarmi diversamente. La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro, mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L'uomo non può fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiede un insieme di energie che deve smaltire. Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l'avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. "Il diritto a vivere non si mendica, si prende".
Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un'officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile. E che, il corpo sfruttato e il cervello abbrutito, mi fossi lasciato crepare all'angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato "bandito cinico" ma "onesto operaio". Adulandomi mi avreste dato la medaglia al lavoro. I preti promettono un paradiso ai loro fedeli, voi siete meno astratti, promettete loro un pezzo di carta.
Vi ringrazio molto di tanta bontà, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide.
Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.
Ritenetevi fortunati che questo pregiudizio ha preso forza nel popolo, in quanto è proprio esso il vostro miglior gendarme. Conoscendo l'impotenza della legge, o per meglio dire, della forza, ne avete fatto il più solido dei vostri protettori. Ma state accorti, ogni cosa finisce. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall'astuzia, l'astuzia e la forza possono demolirlo.
Il popolo si evolve continuamente. Istruiti in queste verità, coscienti dei loro diritti, tutti i morti di fame, in una parola tutte le vostre vittime, si armeranno di un "piede di porco" assalendo le vostre case per riprendere le ricchezze che hanno creato e che voi avete rubato. Riflettendo bene, preferiranno correre ogni rischio invece di ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione... i lavori forzati, la prigione... non sono prospettive troppo paurose di fronte ad un'intera vita di abbruttimento, piena di ogni tipo di sofferenze. Il ragazzo che lotta per un pezzo di pane nelle viscere della terra senza mai vedere brillare il sole, può morire da un momento all'altro vittima di un'esplosione di grisou. Il lavoratore che lavora sui tetti, può cadere e ridursi in briciole. Il marinaio conosce il giorno della sua partenza, ignora quando farà ritorno. Numerosi altri operai contraggono malattie fatali nell'esercizio del loro mestiere, si sfibrano, s'avvelenano, s'uccidono nel creare tutto per voi. Fino ai gendarmi, ai poliziotti, alle guardie del corpo, trovano spesso la morte nella lotta ai vostri nemici.
Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non è vero? Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, Signori credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.
Le misure coercitive non possono che seminare l'odio e la vendetta. È un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all'odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non è questo che mi ha impedito di agire. Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l'artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.
Certo anch'io condanno il fatto che un uomo s'impadronisca violentemente e con l'astuzia del frutto dell'altrui lavoro. Ma è proprio per questo che ho fatto la guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri. Anch'io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto fosse impossibile. Non approvo il furto, e l'ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale.
Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché "tutto" appartiene solamente a "qualcuno". La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti.
Anarchico rivoluzionario, ho fatto la mia rivoluzione, L'anarchia verrà!


Alexandre Marius Jacob, dichiarazione al processo